Non aver paura dei fantasmi
Una raccolta di firme che ha superato abbondantemente le 15.000 adesioni, da consegnare al Presidente della Repubblica, uno spot televisivo e uno radiofonico andati in onda nei mesi scorsi, a cui hanno partecipato attori e persone comuni e uno shopper con il logo della campagna, ovvero un fantasma che sorride. Così la campagna “Non aver paura Apriti agli altri “ si è diffusa a macchia d’olio in Italia. L’obiettivo della campagna, promossa da 27 associazioni tra cui Arci, Caritas, Amnesty International, Save the children, Cgil, Cisl e Uil, è quello di sensibilizzare i cittadini sul tema del razzismo e aprire una breccia nel muro di indifferenza che sta riducendo gli spazi della solidarietà e della convivenza civile. «Purtroppo il razzismo nel nostro Paese viene spesso banalizzato dagli stessi politici, che si affrettano sempre a dire che non è un problema italiano», è l’amaro commento di Pape Diaw, presidente dell’associazione “Oltre l’Africa”, primo rappresentante di colore nella storia del Consiglio comunale di Firenze, che per Arci si occupa di Immigrazione. «La nostra speranza – continua Diaw – come promotori della campagna, è che da qui nasca qualcosa di concreto, che le istituzioni attuino una serie di politiche reali di contrasto al razzismo dilagante nell’Italia di oggi, ben lontana da quella solidale, aperta e disponibile di cui mi sono innamorato 30 anni fa quando sono arrivato». L’Italia di oggi è un paese ipocrita, secondo Diaw, che parla di integrazione ma in realtà intende “assimilazione”, che nel diverso non vede una ricchezza e un’opportunità di crescita, ma una minaccia. «La crisi, negli ultimi anni, ha scoperto il vero volto del Paese: si cerca il nemico sempre nell’altro, si fanno crescere i nostri figli nella paura e nell’ignoranza. Noi, con le associazioni, promuovendo questa campagna, abbiamo lanciato un segnale, che adesso la politica deve cogliere, ma purtroppo in Italia è la politica per prima che si barrica dietro all’identità nazionale, nutrendosi di odio e indifferenza ». Nella mente delle persone, soprattutto dei più giovani, si è insinuato un meccanismo perverso di «inferiorizzazione del diverso» che i promotori vogliono rompere, con azioni e politiche che contribuiscano davvero a “educare” le persone, soprattutto i giovani, al confronto e al rispetto degli altri. «Perché il problema – continua Diaw – non è solo il razzismo, ma un’indifferenza generalizzata, che riguarda tutto il paese, e che mina le basi della convivenza civile e democratica».